La crisi climatica è anche una questione psicologica
Siamo in un momento storico in cui la portata della crisi climatica è difficile da ignorare: eventi estremi sempre più frequenti, ecosistemi sotto pressione, dati scientifici allarmanti che si susseguono da decenni e che oggi trovano conferma in ciò che osserviamo ogni giorno. Di fronte a questa realtà, discipline diverse — scienza del clima, economia, politica, ingegneria — si sono mobilitate per capire cosa sta succedendo e cosa si può fare. Tra queste, con crescente forza e determinazione, c’è anche la psicologia.
La psicologia climatica studia le dimensioni psicologiche della crisi eco-climatica: cosa ci fa, come la percepiamo, quali emozioni genera, e — soprattutto — cosa rende così difficile, per le persone e per le società, agire di fronte a un problema che conosciamo da tempo.
Non è un campo nato di recente sull’onda dell’attenzione mediatica, ma un ambito di ricerca che affonda le radici in decenni di studio, come vedremo più avanti.
Se l’articolo sulle eco-emozioni ha approfondito il mondo emotivo evocato dalla crisi climatica — ansia, lutto, rabbia, e le altre risposte che possiamo provare — qui lo sguardo si allarga: non solo cosa proviamo, ma anche cosa ci ostacola nell’agire, individualmente e collettivamente, e cosa può aiutarci a superare questi ostacoli.
Perché questo è importante dal punto di vista psicologico? Perché la crisi eco-climatica non riguarda solo il pianeta: riguarda anche il modo in cui pensiamo, sentiamo, decidiamo e immaginiamo il futuro.
In questo articolo parlo di:
🌱 Che cos'è la psicologia climatica: di cosa si occupa e perché la crisi climatica è anche una questione psicologica
🌱 Cosa succede alla mente di fronte alla crisi climatica: emozioni, sofferenza e trauma
🌱 La sfida collettiva: adattamento e mitigazione, e perché non si può caricare tutto sulle spalle del singolo
🌱 Gli ostacoli all'azione: negazione, disimpegno e paralisi
🌱 Come si sostengono le persone: chi è più a rischio, cosa aiuta davvero e la Climate Aware Therapy
🌱 Comunicare la crisi senza sopraffare: il solutions journalism
🌱 Istituzioni e organizzazioni: la psicologia climatica a supporto della transizione ecologica
🌱 Perché serve guardare da più punti di vista: i quattro quadranti di Renée Lertzman
🌱 Come lavoro con la psicologia climatica: terapia, formazione per professionisti e consulenze per media e organizzazioni
🌱 Domande frequenti e letture di approfondimento
Cambiamento climatico e crisi ecologica: Come usiamo le parole
In questo articolo usiamo principalmente il termine “cambiamento climatico”, per rimanere in linea con il nome della disciplina — la psicologia climatica. Detto questo, il campo di studio è ampio: il fenomeno del cambiamento climatico si intreccia inevitabilmente con altre trasformazioni ecologiche e ambientali — inquinamento, perdita di biodiversità, distruzione degli habitat, e altre conseguenze delle attività umane sul pianeta.
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Che cos’è la psicologia climatica
Perché la psicologia climatica è importante
Il cambiamento climatico viene generalmente trattato come una questione ambientale, scientifica, politica o economica. Sono le lenti attraverso cui più spesso viene raccontato, misurato e affrontato. Sono lenti necessarie, ma c’è una dimensione che resta spesso sullo sfondo: quella psicologica.
Questa dimensione è fondamentale per due ragioni. La prima riguarda l’impatto del cambiamento climatico. Il cambiamento climatico non modifica solo gli ecosistemi, ma anche il modo in cui pensiamo, sentiamo e ci relazioniamo con noi stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda. È un impatto trasversale, che riguarda tanto l’esperienza individuale quanto quella collettiva e su cui torneremo più avanti.
La seconda ragione riguarda l’azione. È importante comprendere perché, nonostante la crescente disponibilità di dati scientifici, fatichiamo, individualmente e collettivamente, ad agire nella direzione della mitigazione e dell’adattamento climatico. Conoscere i dati scientifici e i meccanismi economici in gioco è fondamentale, ma non è sufficiente: dobbiamo anche comprendere i fattori psicologici che facilitano o ostacolano il passaggio dalla conoscenza all’azione.
Cogliere questi fattori è una parte fondamentale della risposta alla crisi climatica. La psicologia climatica nasce proprio da questa doppia necessità: comprendere l’impatto della crisi climatica su di noi e riconoscere ciò che, dentro di noi, può rendere così difficile affrontarla.
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Storia della psicologia climatica: una scienza decennale, non una moda recente
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la psicologia climatica non è un campo nato di recente sull’onda dell’attenzione mediatica per la crisi climatica. Le sue radici affondano in decenni di ricerca.
Le basi si trovano nella psicologia ambientale degli anni Sessanta e Settanta, che già studiava come gli ambienti fisici influenzano le persone e come le persone si comportano nei confronti dei propri ambienti. Tra gli anni Settanta e Novanta, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi perché la conoscenza dei problemi ambientali non si traduca automaticamente in comportamento, portando concetti come valori, atteggiamenti, motivazione, percezione del rischio e distanza psicologica dentro la ricerca ambientale.
Tra gli anni Novanta e Duemila, con il progressivo affermarsi del cambiamento climatico come minaccia ambientale globale, questi strumenti psicologici hanno iniziato a essere applicati in modo specifico a percezione del rischio climatico, focalizzando l’attenzione su comunicazione, diniego e cambiamento comportamentale.
Negli anni Duemila la domanda si allarga ulteriormente: non solo perché le persone agiscono o non agiscono di fronte al cambiamento climatico, ma cosa il cambiamento climatico stesso fa al benessere psicologico. Si indaga sull’impatto individuale – stress, ansia, trauma e lutto – e sull’impatto collettivo, studiando fenomeni quali sfollamento e migrazione forzata, disgregazione delle comunità, perdita dei luoghi a cui siamo legati, erosione del senso di appartenenza, e polarizzazione politica e ideologica.
Credit: apa.org
Questa disciplina comincia a consolidarsi oltre l’ambito di ricerca nel 2008-2009, quando l’American Psychological Association convoca la sua Task Force on the Interface Between Psychology and Global Climate Change, il cui report — pubblicato nel 2009 — riunisce ricerca su percezioni climatiche, comportamento, impatti psicosociali, adattamento, mitigazione e ostacoli all’azione. Tra i membri di quella task force c’era anche Thomas Doherty, con cui mi sono formata in Psicologia Climatica e Climate Aware Therapy. Nel 2011, il numero speciale di American Psychologist dedicato a “Psychology and Global Climate Change” consolida questo lavoro, con contributi dedicati a impatti psicologici, coping e adattamento, ostacoli comportamentali, comprensione pubblica e mitigazione (Doherty & Clayton, 2011).
Dal 2010, la dimensione emotiva diventa sempre più centrale: il campo si sposta oltre “percezione del rischio” e “cambiamento comportamentale” verso il modo in cui le persone si relazionano emotivamente al cambiamento climatico — ansia, lutto, rabbia, colpa, impotenza, speranza, significato. È qui che nasce, propriamente, la letteratura contemporanea sulle eco-emozioni.
Si afferma così anche la Terapia Climate-Aware: un filone di psicologia clinica che prende atto dell’impatto del cambiamento climatico, portando un’importante domanda: Come possiamo sostenere le persone che sono psicologicamente colpite dalla crisi eco-climatica?
Di cosa si occupa la psicologia climatica
La psicologia climatica attualmente studia le dimensioni psicologiche del cambiamento climatico su più fronti: come lo percepiamo, quali emozioni genera, quando l'impatto psicologico necessita di supporto professionale, quali comportamenti favorisce o ostacola, e come possiamo sostenere adattamento e mitigazione tenendo conto di come funziona la mente umana — individuale e collettiva.
Non si tratta quindi solo di studiare ansia climatica, lutto ecologico o le altre eco-emozioni, per quanto siano una parte importante del campo. Si tratta anche di capire cosa rende difficile agire di fronte a una crisi che conosciamo, di sostenere chi ne è colpito direttamente, e di offrire strumenti — a professionisti della salute mentale, ma anche a comunicatori, istituzioni e chi si occupa di policy — per affrontarla con maggiore consapevolezza psicologica.
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L’impatto psicologico del cambiamento climatico sull’individuo
Eco-emozioni e crisi climatica: un riassunto
Di fronte alla crisi eco-climatica, le persone sviluppano un ampio ventaglio di risposte emotive — le cosiddette eco-emozioni: ansia climatica ed eco-ansia , ecolutto, solastalgia, rabbia, senso di colpa, tra le altre. Ne abbiamo parlato in modo approfondito nell’articolo dedicato alle eco-emozioni , a cui rimandiamo per una trattazione completa di ciascuna di queste esperienze. Qui interessa piuttosto capire come inquadrarle: cosa distingue un’emozione, per quanto intensa, da una sofferenza più significativa che richiede un’attenzione clinica.
Emozioni, distress e disturbi clinici: una distinzione necessaria
Non tutte le risposte psicologiche alla crisi climatica sono equivalenti, e non tutte necessitano di attenzione e supporto clinico.
Le eco-emozioni, di per sé, sono risposte comprensibili e spesso adattive: segnalano che qualcosa a cui teniamo è minacciato, e possono motivare attenzione, cura, azione.Quando queste emozioni però diventano persistenti, pervasive o iniziano a interferire con la vita quotidiana — il sonno, le relazioni, la capacità di funzionare — si parla di distress: una sofferenza più profonda che merita attenzione e supporto (ma non necessariamente un intervento clinico).
Per quanto riguarda il cambiamento climatico e disturbi clinici, possiamo fare qualche differenziazione. Da un lato, la crisi climatica sembra poter aggravare condizioni già esistenti: chi convive già con ansia, depressione o altre fragilità psicologiche può vedere i propri sintomi peggiorare di fronte a fenomeni come ondate di calore, interruzioni della routine, o preoccupazioni economiche legate agli effetti del cambiamento climatico. Dall'altro, si sta ancora studiando se e come la crisi climatica possa anche generare direttamente nuovi disturbi clinici — un nesso che la psicologia climatica sta indagando con l’aggravarsi degli effetti concreti del cambiamento climatico.
Un caso a parte è il trauma legato all'esposizione diretta a eventi climatici estremi. Il trauma può essere individuale, quando una persona vive direttamente un evento estremo — un'alluvione, un incendio, la perdita della propria casa. Oppure collettivo, quando è un'intera comunità a essere colpita, e la rottura riguarda non solo le singole persone ma anche le reti sociali, i legami con il territorio, il senso di sicurezza condiviso. Questo è anche il territorio della psicologia dell'emergenza, un campo molto attivo in Italia, che si occupa proprio di supportare individui e comunità a seguito eventi critici.
Dalla dimensione individuale a quella collettiva
Riconoscere e accogliere queste emozioni — senza patologizzarle, ma anche senza sottovalutare quando diventano sofferenza clinica — è un primo passo necessario. Ma è solo un primo passo.
Fermarsi a questo livello rischia di ridurre la crisi climatica a una questione emotiva privata — qualcosa che ciascuno vive e gestisce individualmente. Trattato in questo modo, isolato dal contesto, il problema può portare la persona a sentirsi sola con ciò che prova, o a bloccarsi di fronte a qualcosa che sembra troppo grande per essere affrontato individualmente.
Sebbene la psicologia climatica si adopera per fornire gli strumenti a individui e psicologi per ridurre la sofferenza individuale, è anche impegnata nella comprensione della dimensione collettiva e sociale. D’altra parte, nessuna esperienza psicologica nasce isolata dal contesto in cui viviamo. Il modo in cui una persona affronta un lutto, per esempio, è influenzato anche da quanto la sua comunità sa accompagnare il dolore; il modo in cui gestisce lo stress dipende anche dalle risorse — economiche, sociali, relazionali — di cui dispone.
La psicologia climatica promuove l’integrazione di prospettive capaci di considerare le connessioni tra persona, comunità, cultura, sistemi sociali ed ecosistemi. Le esperienze psicologiche non emergono mai isolate dal contesto. Il modo in cui una persona vive la crisi eco-climatica dipende dalla propria storia individuale, ma anche dalle condizioni sociali, dalla cultura di appartenenza, dalle relazioni comunitarie, dalle dinamiche economiche e politiche in atto, e dal rapporto con il proprio territorio.
La crisi climatica, dunque, non è solo un’esperienza che attraversiamo singolarmente: è anche — e soprattutto — una sfida collettiva, che richiede risposte che vadano oltre il singolo individuo.
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Il cambiamento climatico come sfida collettiva
Adattamento cambiamento climatico
Di fronte alla crisi climatica, le risposte si dividono generalmente in due categorie: l’adattamento e la mitigazione.
Adattarsi significa cambiare il modo in cui viviamo per far fronte a un clima che è già cambiato, e che continuerà a cambiare. A livello macro, questo si traduce in azioni sistemiche come sistemi di allerta per alluvioni e ondate di calore, edifici più sicuri nelle zone a rischio, quartieri con più alberi e ombra, urbanistica pensata per un clima diverso.
Ma l’adattamento passa anche attraverso scelte quotidiane e individuali, che dipendono sia dal territorio in cui si vive sia dal tipo di attività lavorativa che si svolge. Ci sono le risposte legate agli eventi estremi tipici della propria zona geografica: riorganizzare le proprie giornate nelle ondate di calore, preparare un piano di evacuazione in zone soggette a incendi o uragani, sapere cosa fare in caso di allerta alluvione. Questo tipo di adattamento è particolarmente complesso per persone con vulnerabilità: anziani, bambini piccoli, persone con condizioni di salute fragili, ma anche persone in condizioni di marginalizzazione sociale o economica.
Inoltre, bisogna considerare l’adattamento lavorativo: non solo l’esposizione diretta a fenomeni climatici estremi di chi lavora all’aperto — in agricoltura o nell’edilizia, per esempio — ma anche come si affronta il rischio di danno a un’intera attività economica, come nel caso di un’azienda agricola colpita da siccità o eventi estremi, o di un’attività turistica legata a stagioni — neve, mare — sempre più incerte.
Dal punto di vista psicologico, quindi, adattarsi richiede qualcosa di non scontato: trovare un senso di stabilità e di controllo dentro un mondo che cambia sotto i nostri occhi.
mitigazione climatica: dai comportamenti individuali a scelte collettive
Mitigare significa agire per ridurre le cause del cambiamento climatico, e le emissioni che continuano ad alimentarlo.
A livello individuale, alcuni esempi sono: spostarsi in bicicletta o con i mezzi pubblici invece che in auto, ridurre il consumo di carne e latticini, isolare meglio la propria casa, limitare gli sprechi energetici. Sono scelte che toccano la vita di tutti i giorni — non solo scelte pratiche, quindi, ma spesso anche abitudini consolidate, parte della propria identità, o segno di appartenenza a un gruppo o una comunità. Cambiarle può generare resistenza, non per pigrizia, ma perché tocca corde più profonde di quanto sembri.
Spesso l'attenzione si concentra soprattutto sul livello individuale. Ma le azioni individuali, da sole, non bastano: per essere davvero applicabili ed efficaci devono muoversi insieme al cambiamento sistemico — politico, infrastrutturale, economico — di cui fanno parte, non in sua sostituzione. Senza quel cambiamento sistemico, le azioni individuali rischiano di caricarsi di una responsabilità che non appartiene loro per intero — con il rischio di generare senso di colpa o impotenza.
Quel cambiamento sistemico include, per esempio, la transizione verso fonti di energia rinnovabile, politiche di trasporto pubblico e infrastrutture ciclabili, regolamentazioni sulle emissioni industriali, interventi sui sistemi di produzione alimentare — dalla filiera della carne alle pratiche agricole intensive — e politiche di gestione dei rifiuti orientate all'economia circolare.
La mitigazione resta, alla radice, una sfida collettiva — che richiede l’intrecciarsi dell’impegno individuale e quello sistemico.
Cambiamento Climatico: perché è difficile agire?
Nonostante ci siano numerose soluzioni possibili per contrastare le cause del Cambiamento Climatico, è sempre più evidente che sapere cosa fare non basta a garantire che venga fatto. Gli ostacoli all’azione climatica sono di natura diversa tra loro, e non tutti sono, in senso stretto, psicologici: alcuni sono strutturali, ancora prima di essere personali. Vale la pena distinguerli, perché richiedono risposte diverse.
Ostacoli economici e politici
Gran parte degli effetti del cambiamento climatico, delle possibilità di adattamento e delle strategie di mitigazione sono determinati da politiche pubbliche, infrastrutture e scelte economiche. Per questo la psicologia climatica deve necessariamente dialogare con le discipline che studiano i fenomeni economici e politici. Questo significa anche riconoscere il ruolo degli interessi economici consolidati — in particolare quelli legati all'uso dei combustibili fossili — che possono rallentare o ostacolare l'azione climatica a livello politico e istituzionale, anche attraverso disinformazione, diniego esplicito o quella che viene definita "omertà climatica".
Questi ostacoli hanno però anche una dimensione psicologica. La psicologia climatica studia infatti ciò che accade alle persone quando percepiscono una distanza tra ciò che sarebbe necessario fare per affrontare la crisi e ciò che le istituzioni, le organizzazioni e la società stanno effettivamente facendo. Possono emergere sentimenti di impotenza, rabbia, frustrazione, tradimento o moral injury, soprattutto quando le persone sentono che chi avrebbe la responsabilità di proteggerle non sta agendo in modo coerente con ciò che sa essere necessario. Queste esperienze possono essere particolarmente rilevanti per le generazioni più giovani, che dovranno convivere più a lungo con le conseguenze delle decisioni prese oggi.
C'è inoltre da rimarcare che il fenomeno climatico è particolarmente complesso. Il cambiamento climatico può essere considerato un "wicked problem", un termine introdotto da Horst Rittel e Melvin Webber negli anni Settanta per descrivere problemi complessi, interconnessi e privi di una soluzione unica o definitiva — problemi globali, intergenerazionali, le cui conseguenze si manifestano su tempi e scale molto diversi tra loro. Affrontarlo richiede quindi di tenere insieme livelli diversi — psicologico, sociale, economico, politico ed ecologico — senza ridurre il problema a una sola dimensione.
Questa complessità ha conseguenze psicologiche sia per chi deve prendere decisioni sia per chi ne vive gli effetti. Per i decisori, può tradursi in sovraccarico cognitivo, incertezza, difficoltà nel valutare rischi e nel prendere decisioni i cui costi e benefici saranno distribuiti nel tempo e tra popolazioni diverse. Per chi vive gli effetti di queste decisioni, la stessa complessità può tradursi invece in perdita di controllo e difficoltà a fidarsi del fatto che le istituzioni siano in grado di proteggere e garantire condizioni di sicurezza e continuità della vita.
Ostacoli psicologici e culturali
Di fronte a una sfida di questa portata, non sorprende che emergano ostacoli psicologici e culturali che rendono più difficile agire in modo coerente con ciò che sappiamo essere necessario.
Tra questi, ci sono le forme protettive che la mente mette in campo di fronte a una minaccia difficile da reggere: il diniego, che può assumere forme diverse — dal negare l'esistenza del problema al minimizzarne la gravità o la propria responsabilità; il disimpegno, che può nascere da sfiducia, esaurimento emotivo o dalla sensazione che il proprio contributo non conti nulla di fronte a un problema globale; la paralisi, quando la portata della crisi genera un blocco che impedisce qualsiasi azione, anche quella alla propria portata. Non sono segni di indifferenza, ma tentativi — spesso inconsapevoli — di proteggersi da un livello di minaccia percepito come ingestibile.
A questo si aggiunge una dimensione culturale: la crisi eco-climatica viene interpretata in maniera diversa a seconda della geografia e cultura di riferimento – un argomento che approfondisco nell'articolo dedicato alle eco-emozioni. Questa diversità ha conseguenze dirette su come vengono accolte le politiche di adattamento e mitigazione. Quando queste politiche arrivano "dall'alto" — imposte da istituzioni, governi o organismi internazionali — senza tenere conto di come una comunità interpreta il fenomeno climatico, né delle ripercussioni culturali che il cambiamento richiesto comporta, il rischio è che vengano percepite come un'imposizione esterna, più che come una risposta condivisa. Questo può generare resistenza e sfociare in polarizzazioni di vario tipo.
Questi meccanismi che agiscono sulla psicologia individuale e culturale non nascono nel vuoto: possono essere accentuati, o al contrario attenuati, dal modo in cui la crisi climatica viene comunicata, come vedremo nel prossimo paragrafo.
Ostacoli comunicativi: quando l’informazione non aiuta
Oltre alla disinformazione e all'omertà climatica menzionate prima, esistono altre forme di comunicazione che ostacolano — invece che favorire — l'adattamento e la mitigazione.
Una prima forma sposta il focus sulla responsabilità individuale, distogliendo l’attenzione dalle cause strutturali della crisi. Un esempio spesso citato è la diffusione del concetto di “impronta di carbonio” (carbon footprint), reso popolare da una campagna di comunicazione di un’importante compagnia petrolifera negli anni Duemila: uno strumento che, presentato come un modo per calcolare il proprio impatto individuale, ha contribuito a spostare l’attenzione pubblica dalle responsabilità industriali a quelle dei singoli consumatori. L’effetto psicologico di questo tipo di comunicazione è spesso un senso di colpa individuale sproporzionato rispetto alla reale possibilità di incidere sul problema.
Una seconda forma è la comunicazione sensazionalistica e allarmistica, costruita per generare ‘clic’ e attenzione più che per favorire la comprensione del fenomeno, con titoli come “L’apocalisse climatica è vicina”, o affermazioni provocatorie come “A Pasqua mangeremo grilli al posto dell’agnello”. Questo tipo di comunicazione può produrre un doppio effetto negativo: da un lato il sovraccarico emotivo di cui abbiamo parlato — l’impressione di una minaccia talmente enorme da risultare paralizzante; dall’altro, un rifiuto delle stesse strategie di adattamento e mitigazione, percepite come un attacco alle proprie abitudini e alla propria identità culturale, più che come proposte da valutare nel merito.
Questo meccanismo è aggravato da un fattore psicologico: di fronte a paura e incertezza, la mente tende a cercare più informazioni possibile, nel tentativo di riprendere controllo su qualcosa che sembra ingovernabile. Quando questa ricerca compulsiva di informazioni incontra algoritmi che premiano proprio quei contenuti sensazionalistici, si rischia di perdersi dentro un tunnel infinito di notizie allarmistiche — il cosiddetto doomscrolling — in cui la persona resta intrappolata per ore, mettendo a repentaglio la sua salute emotiva e sottraendo tempo alla possibilità di azioni realmente costruttive.
Una terza forma, meno evidente ma altrettanto rilevante, riguarda la comunicazione onesta e ben intenzionata che però non riesce a raggiungere davvero il proprio pubblico. È un problema che coinvolge spesso chi lavora nella scienza: chi ha una conoscenza approfondita di un fenomeno può faticare a tradurlo per un pubblico con background, cultura e livello di familiarità con il tema molto diversi tra loro. A volte il linguaggio resta troppo tecnico. Altre volte si danno per scontate conoscenze che il lettore non ha. Informare correttamente non basta, se il messaggio non è comprensibile a chi lo riceve.
Comunicare bene la crisi climatica, quindi, è più difficile di quanto sembri. Tra disinformazione, sensazionalismo e le migliori intenzioni che non sempre bastano a farsi capire, trovare le parole giuste — capaci di informare senza spaventare, e di arrivare a un pubblico ampio senza semplificare troppo — resta una delle sfide più delicate di questo campo. In seguito vedremo come la Psicologia Climatica può offrire degli spunti per superare queste difficoltà.
🎙️ Comunicare bene questi temi è complicato — ne parlo anche in interviste e altri contenuti divulgativi, che puoi ascoltare, guardare e leggere nella pagina dedicata.
Come la psicologia climatica aiuta a superare gli ostacoli
La Psicologia Climatica non si occupa solo di studiare ciò che crea sofferenza o che ostacola ai cambiamenti necessari: mira infatti a proporre soluzioni che possano tenere conto della complessità della psicologia individuale e sociale per offrire strumenti e framework non solo agli psicologi, ma anche a comunicatori, educatori, leader, e chiunque altro si stia impegnando in questa sfida.
Intervento sugli individui: dal distress psicologico alla supporto Climate-aware
Il contributo della psicologia climatica al lavoro con le persone si muove su più livelli.
Il primo è la ricerca sui fenomeni psicologici per capire come si manifesta il distress climatico, e soprattutto chi è più esposto. Alcune categorie sono particolarmente a rischio: i giovani e le nuove generazioni, che dovranno convivere più a lungo con le conseguenze delle decisioni prese oggi; chi vive direttamente eventi climatici estremi — alluvioni, ondate di calore, incendi; chi lavora in settori professionalmente esposti alla crisi, come l'agricoltura o il soccorso; e chi, per lavoro o impegno personale, è immerso quotidianamente nei dati e nelle notizie sulla crisi climatica — scienziati, giornalisti ambientali, attivisti — spesso soggette esaurimento emotivo o moral injury. Identificare chi è più a rischio è un passaggio necessario per poter indirizzare, in modo mirato, risorse di prevenzione e di sostegno.
Il secondo livello è la ricerca su cosa funziona davvero per sostenere le persone. Diversi studi in psicologia climatica hanno individuato alcuni fattori che aiutano concretamente a ridurre il disagio:
prendersi cura di sé e della propria comunità (self care e community care);
poter parlare apertamente delle proprie emozioni, senza sentirsi giudicati o esagerati;
fare parte di un gruppo o di una comunità che condivide la stessa preoccupazione;
trovare uno spazio concreto di azione — tanto più efficace quanto più è condiviso, svolto in gruppo;
trascorrere tempo in natura.
Affrontare bene il distress individuale non è quindi solo una questione di cura del singolo: rafforza anche agency, resilienza e partecipazione attiva nella propria comunità — contribuendo, in questo modo, anche alla sfida collettiva.
Un buon accompagnamento psicologico tiene conto dell'individuo nel suo contesto, aiutando le persone a rimanere in relazione con una realtà difficile senza esserne sopraffatte — coltivando non solo la resilienza personale, ma anche il senso di efficacia, la connessione con gli altri, la possibilità di partecipazione. Per chi lavora nella salute mentale, questo si traduce in una modalità di lavoro sempre più diffusa: l'approccio climate-aware.
Adottarlo significa riconoscere che il contesto ecologico e sociale in cui vive una persona può influenzare le sue emozioni, il senso di futuro, le relazioni, le scelte. Non è una tecnica terapeutica, né una specializzazione a sé — è una lente. Si integra con i modelli terapeutici già esistenti, mantenendo attenzione alla storia della persona, alle sue risorse, al contesto in cui vive. La Climate Aware Therapy traduce questi principi in pratica clinica concreta, offrendo uno spazio dove elaborare il distress climatico senza patologizzarlo.
Dalla ricerca su chi è più esposto, a ciò che aiuta davvero, fino a un modo diverso di fare terapia: la psicologia climatica offre oggi gli strumenti per accompagnare le persone attraverso il distress climatico senza fermarsi alla sola gestione del sintomo."
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Comunicazione efficace: giornalismo e comunicazione istituzionale
Se la comunicazione manipolatoria, allarmistica o mal tradotta può alimentare disimpegno, sfiducia o paralisi, sappiamo anche cosa può funzionare nella direzione opposta: una comunicazione che informa senza sopraffare, e che lascia spazio all’agire.
Un esempio concreto viene dal solutions journalism. È un approccio giornalistico che non si ferma a descrivere un problema, ma indaga le risposte concrete messe in campo per affrontarlo — cosa funziona, perché, a quali condizioni. L’intento non è quello di dare semplicemente buone notizie. Le soluzioni vengono raccontate con lo stesso rigore giornalistico riservato ai problemi — verificando se funzionano davvero, per chi, e a quali condizioni, senza nascondere eventuali limiti quando emergono. Il Solutions Journalism Network — che ha contribuito a definire questo approccio — lo descrive così: un giornalismo rigoroso su risposte a problemi sociali, che si concentra su cosa funziona, o promette di funzionare, e spiega come e perché.
Questo tipo di comunicazione fa più che informare meglio: restituisce un quadro più completo della realtà, in cui il problema non oscura la possibilità di agire. Offre anche speranza — non una speranza vaga, ma fondata su ciò che davvero sta funzionando. Ed è, in questo senso, anche una forma di partecipazione democratica: più le persone capiscono cosa funziona, più possono orientarsi ed essere parte attiva di fronte a questioni complesse.
La stessa logica vale anche fuori dal giornalismo — per chi comunica per conto di aziende, enti pubblici o organizzazioni, su temi come sostenibilità, politiche climatiche, transizione ecologica. Anche qui, raccontare con onestà cosa sta funzionando davvero — ma anche le soluzioni che si vogliono mettere in atto, e su quali fondamenta si basano — può informare meglio, offrire una speranza fondata, e aprire spazio a un coinvolgimento reale.
Comunicare bene, in questo senso, non è solo una competenza tecnica — è anche una responsabilità condivisa. Che sia giornalismo o comunicazione istituzionale, chi comunica la crisi eco-climatica decide, in parte, se alimentare disimpegno o agency, cinismo o partecipazione. Una comunicazione efficace ed etica non nasconde la gravità della crisi, ma la racconta in un modo che lascia spazio a comprensione, responsabilità, azione condivisa.
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Condivisione con istituzioni e organizzazioni per la transizione ecologica
Un ulteriore contributo della psicologia climatica riguarda ciò che si può offrire a chi ha il potere di intervenire sulle condizioni sistemiche — istituzioni, organizzazioni, aziende, enti pubblici. Il livello di riconoscimento del problema, in questi contesti, può variare molto: c'è chi non ha ancora integrato l'impatto ecologico delle proprie attività nel proprio modo di pensare, e chi invece lo riconosce pienamente, ma fatica a tradurlo in azione concreta.
Dove il riconoscimento è ancora parziale, il contributo della psicologia climatica è rendere esplicito ciò che spesso resta implicito: il legame tra le proprie attività e i costi ecologici che comportano. È un tema caro all'ecopsicologia, che da tempo esplora come pensare la natura come qualcosa di esterno a noi possa allontanarci dal senso di responsabilità verso di essa — un tema che approfondisco nell'articolo dedicato all'ecopsicologia. Un processo di transizione ecologica, con misure di adattamento e mitigazione efficaci, passa anche da qui: da un cambio di approccio sociale e culturale.
Dove il riconoscimento c'è già, la domanda cambia: non più se agire, ma come farlo davvero. Come abbiamo visto parlando degli ostacoli economici e politici, il cambiamento climatico è un "wicked problem" — un problema che richiede di tenere insieme livelli diversi (psicologico, sociale, economico, politico, ecologico), senza poterlo ridurre a uno solo.
In questo quadro, il contributo psicologico può prendere forme diverse. A volte significa aiutare a riconoscere le resistenze interne al cambiamento — le stesse dinamiche di identità e abitudine che abbiamo visto a livello individuale, ma che si manifestano anche dentro i team e le culture organizzative.
Altre volte significa progettare processi che tengano conto di come reagisce la mente umana di fronte alla complessità, per non lasciarsi paralizzare dal sovraccarico decisionale o dall’ambiguità del problema. O ancora, significa mettere a disposizione ciò che sappiamo su una comunicazione efficace — capace di informare, dare speranza fondata, aprire spazio al coinvolgimento — applicata alla comunicazione questi stessi processi di cambiamento si all’interno dell’organizzazione che rivolta a cittadinanza e stakeholders.
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La complessita’della psicologia Climatica
Come si sarà notato, la Psicologia Climatica ha la sfida di tenere insieme diversi livelli di focus, analisi e intervento. Un esempio di come la psicologia climatica aiuta a stare dentro questa complessità, invece di provare a risolverla artificialmente, è il lavoro della psicologa climatica Renée Lertzman
I quattro quadranti di Renée Lertzman: mettere insieme i diversi livelli
Renée Lertzman ha sviluppato un framework che chiama “iquattro quadranti dell’engagement” e che distingue quattro approcci — spesso tra loro separati — con cui si prova a favorire il cambiamento verso la sostenibilità:
Credit: reneelertzman.com
il comportamento (come cambiamo cosa fanno le persone)
la comunicazione (come lo raccontiamo)
i sistemi (come cambiamo le condizioni intorno alle persone)
l’esperienza psicologica (cosa succede dentro le persone)
L'argomento centrale è che nessun quadrante, da solo, è sufficiente a comprendere la questione. Chi lavora sul comportamento, chi comunica, chi progetta sistemi, chi si occupa di emozioni ed esperienza: ciascuno tende a leggere il problema attraverso la propria lente — ma le persone e le società operano su tutti e quattro i piani insieme.
È lo stesso principio che guida questo articolo: la psicologia climatica aiuta a comprendere una parte importante — e spesso trascurata — del problema, senza la pretesa di potere portare da sola tutto il peso del cambiamento.
📚 Sul mio sito una pagina dedicata alle risorse gratuite per continuare la scoperta dei temi legati alla Psicologia Climatica.
Il mio approccio alla Psicologia Climatica
Il mio percorso verso la psicologia climatica nasce da un'esperienza personale di contatto diretto con gli effetti devastanti del cambiamento climatico (ne parlo in modo più approfondito nell'articolo "Il mio viaggio verso l'ecopsicologia"), insieme a una passione più ampia per la natura, per l'ambiente, per il benessere di chi lo abita — non solo le comunità umane, ma il mondo vivente nel suo insieme.
Da questa doppia radice nasce il modo in cui porto la psicologia climatica nel mio lavoro quotidiano, su più fronti.
Nel lavoro clinico, integro un approccio climate-aware quando le persone che seguo portano esperienze di disagio o distress legati ai fenomeni eco-climatici.
Fuori dallo studio, mi occupo di formazione e supervisione — anche accreditate ECM — per chi vuole integrare la Climate Aware Therapy nel proprio lavoro clinico (trovi il calendario sul mio sito). Ho anche contribuito, insieme alla Dott.ssa Lucia Tecuta, al Manuale di Psicologia Climatica, e con un gruppo di colleghe e colleghi italiani abbiamo compilato il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica — entrambi pensati per offrire un primo livello di orientamento su questi temi, disponibili tra le Risorse Gratuite del sito.
Mi occupo anche di divulgazione: vengo invitata per interviste, podcast e conferenze, per portare una prospettiva psicologica su questi temi a un pubblico più ampio.
Infine, lavoro direttamente con la cittadinanza e con le organizzazioni, portando la psicologia climatica in spazi condivisi e collettivi — dai Climate Café, pensati per parlare apertamente di eco-ansia, a percorsi di formazione in azienda per accompagnare la gestione psicologica della transizione ecologica.
Questo lavoro si basa su una formazione continua, iniziata con un percorso specializzato con il Dott. Thomas Doherty, descritto dal New York Times come uno dei profili più autorevoli su cambiamento climatico e psicologia, e il lavoro di rete internazionale con colleghi operativi su questi temi, tra cui la Climate Psychology Alliance
👩🏻💼 Se vuoi più informazioni sul mio profilo professionale e il lavoro che svolgo, puoi consultare la pagina Chi Sono.
Conclusione
La crisi eco-climatica non è soltanto una questione ambientale, economica o politica: è anche, profondamente, una questione psicologica. Riguarda sia cosa proviamo di fronte a essa, sia cosa ci ostacola nell'agire — come singoli e come collettività.
Abbiamo visto come sia utile distinguere tra eco-emozioni, distress e disturbi clinici veri e propri, per capire quando una risposta emotiva richiede attenzione clinica e quando no. Abbiamo visto come le risposte alla crisi si dividano tra adattamento e mitigazione, e come nessuna delle due possa essere caricata sul singolo individuo senza tenere conto dei sistemi economici e politici in cui è inserita. Abbiamo attraversato gli ostacoli che rendono difficile agire — economici, politici, psicologici, comunicativi — riconoscendo che il cambiamento climatico è un vero e proprio "wicked problem", un problema che richiede di tenere insieme livelli diversi senza poterlo ridurre a uno solo.
Ma la psicologia climatica non si ferma a descrivere questi ostacoli: li analizza per capire cosa funziona davvero per superarli. Lo abbiamo visto nei fattori concreti che aiutano a ridurre il distress, nel solutions journalism come modello di comunicazione efficace, nell'approccio climate-aware che integra questa consapevolezza nella pratica clinica — soluzioni reali, non solo teoriche, che si muovono dal livello individuale a quello sistemico.
Come mostra il lavoro di Renée Lertzman e i suoi quattro quadranti, nessun ambito da solo può bastare di fronte a una sfida di questa portata: comportamento, comunicazione, sistemi ed esperienza psicologica si intrecciano sempre, nella vita delle persone come in quella delle società. Lo stesso vale per l'approccio climate-aware, che non è una tecnica a sé ma una lente attraverso cui guardare la pratica clinica, in dialogo con altri modelli terapeutici.
Se c'è un filo che tiene insieme questi livelli, è che nessuno di essi può bastare da solo: cambiamento individuale, trasformazione dei sistemi, comprensione psicologica e comunicazione si sostengono a vicenda. È un lavoro che riguarda tutti noi, con ruoli diversi da giocare — ed è tanto più efficace quanto più questi ruoli lavorano insieme.
🪶 Se hai trovato questi argomenti interessanti, visita la pagina del blog per continuare ad approfondire i temi di Psicologia Climatica, Ecopsicologia, e rapporto tra Natura e Benessere Psicologico.
🌱 FAQ: Psicologia Climatica
Qual è il legame tra psicologia e cambiamento climatico?
Il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale, economica o politica: è anche una questione psicologica, perché modifica il modo in cui pensiamo, sentiamo e agiamo. È proprio da questo legame che nasce la psicologia climatica, il campo di studio che indaga come la crisi climatica influisce sul benessere psicologico delle persone e cosa rende difficile affrontarla.
Cos’è la psicologia climatica?
La psicologia climatica è il campo di studio che indaga le dimensioni psicologiche della crisi climatica: come la percepiamo, quali emozioni genera, cosa rende difficile agire di fronte a essa, e come sostenere individui e comunità nell’affrontarla.
Che differenza c’è tra psicologia climatica ed ecopsicologia?
L’ecopsicologia indaga la relazione tra essere umano e mondo naturale, e come la qualità di questa relazione impatta il benessere psicologico. La psicologia climatica si concentra più specificamente sulla crisi climatica: il suo impatto psicologico e i fattori che motivano o ostacolano risposte adattive ed efficaci.
Che differenza c’è tra psicologia climatica ed eco-ansia?
L’eco-ansia è una delle possibili risposte emotive alla crisi climatica, ed è uno dei temi di cui si occupa la psicologia climatica. Quest’ultima è però un campo più ampio, che comprende anche lo studio degli ostacoli all’azione, il ruolo della comunicazione e strumenti clinici come la Climate Aware Therapy.
Uno psicologo climatico è un attivista? La psicologia climatica è una forma di attivismo?
La psicologia climatica è un campo di ricerca scientifica, con anche una parte applicativa — come la Climate Aware Therapy — che studia l’impatto psicologico della crisi climatica e gli ostacoli che rendono difficile affrontarla. Chi lavora in questo campo può anche essere coinvolto in forme di attivismo — dall’impegno locale per l’ambiente fino a ruoli più strutturati in organizzazioni dedicate — proprio come qualsiasi persona che si occupa di questi temi. Ricerca scientifica, pratica clinica e impegno personale restano piani distinti: la psicologia climatica offre strumenti per comprendere cosa blocca l’azione — individuale, collettiva, istituzionale — indipendentemente da come poi ciascuno scelga di tradurre questa comprensione nella propria vita — un tema che riprendo anche parlando del Codice Deontologico degli Psicologi nell’articolo “Il mio viaggio verso l’ecopsicologia”.
Di cosa si occupa uno psicologo climatico?
Uno psicologo climatico si occupa dell’impatto psicologico della crisi climatica e dei fattori che motivano o ostacolano risposte adattive ed efficaci: sostiene chi vive distress o trauma legati alla crisi climatica, studia gli ostacoli psicologici, economici e comunicativi al cambiamento, e offre strumenti a professionisti, comunicatori e istituzioni.
Cos’è la Climate Aware Therapy?
È un approccio terapeutico che integra la consapevolezza della crisi climatica nella pratica clinica, offrendo uno spazio per elaborare il distress climatico senza patologizzarlo, e sostenendo agency e resilienza oltre alla sola riduzione del disagio.
Cos’è il solutions journalism e perché è utile per parlare di clima?
È un approccio giornalistico che non si limita a descrivere i problemi, ma indaga con rigore le risposte concrete messe in campo per affrontarli. Applicato alla crisi climatica, aiuta a evitare sia il sensazionalismo sia la paralisi, restituendo un quadro più completo in cui esiste spazio per l’azione.
Cos’è il doomscrolling e come influisce sull’ansia climatica?
È la tendenza a scorrere per ore notizie allarmistiche, spesso amplificata da algoritmi che premiano i contenuti più sensazionalistici. Di fronte a paura e incertezza, cercare più informazioni può sembrare un modo per riprendere controllo, ma il risultato è spesso l’effetto opposto: ansia climatica, sovraccarico emotivo e meno spazio per la cura di sé e per l’azione.
In Italia esistono percorsi di formazione in psicologia climatica?
Non ancora in modo strutturato: mancano percorsi di formazione dedicati e linee guida professionali condivise, anche se la ricerca in questo campo è sempre più attiva.
📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.
📚 Letture di approfondimento
🇮🇹 In italiano
Cianconi, P., Janiri, L., Hanife, B., & Grillo, F. (2023). Cambiamento climatico e salute mentale. Dall'ecologia della mente alla mente ecologica. Raffaello Cortina Editore.
Corazza, P. (2025). Coltivare speranza su un pianeta al collasso. FrancoAngeli.
Macy, J., & Johnstone, C. (2021). Speranza attiva (D. Rim Moiso, Trad.; G. Scotto, Cur.). Terra Nuova Edizioni. (Opera originale pubblicata nel 2012)
🌍 In inglese
Albrecht, G. (2019). Earth Emotions: New Words for a New World. Cornell University Press.
Anderson, J., Staunton, T., O'Gorman, J., & Hickman, C. (Eds.). (2024). Being a Therapist in a Time of Climate Breakdown. Routledge.
Doherty, T. J. (2025). Surviving Climate Anxiety: A Guide to Coping, Healing, and Thriving. Little, Brown Spark.
Ricerche citate
American Psychological Association, Task Force on the Interface Between Psychology and Global Climate Change. (2009). Psychology and global climate change: Addressing a multifaceted phenomenon and set of challenges.American Psychological Association.
Clayton, S. (2020). Climate anxiety: Psychological responses to climate change. Journal of Anxiety Disorders, 74, 102263.
Clayton, S., Manning, C., Krygsman, K., & Speiser, M. (2017). Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance. American Psychological Association, and ecoAmerica.
Doherty, T. J., & Clayton, S. (2011). The psychological impacts of global climate change. American Psychologist, 66(4), 265–276.
Lertzman, R. (2013). Engaging with climate change: How we think about engagement. Skoll Global Threats Fund.
Pihkala, P. (2022). The process of eco-anxiety and ecological grief: A narrative review and a new proposal. Sustainability, 14(24), 16628.
Rittel, H. W. J., & Webber, M. M. (1973). Dilemmas in a general theory of planning. Policy Sciences, 4(2), 155–169.
Solutions Journalism Network — solutionsjournalism.org
Questa lista è in continua evoluzione: non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza. Se conosci libri, ricerche o contributi in lingua italiana sulla psicologia climatica che pensi possano essere aggiunti, scrivimi: sarò felice di ampliare questa raccolta.
